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"I
materiali non presentano ostacoli di sorta per Donato Minonni,
entusiasta ricercatore che, mai pago dell'ormai consolidato successo,
continua a piegare marmo, bronzo, legno e quant'altro alla sua creatività.
Parliamo, però del Minonni che adopera il pennello vuoi per i
suoi oli su tela vuoi per i suoi acquerelli: opere che sono frutto di
due tecniche così diverse tra loro, non foss'altro perché
la seconda non concede nulla al ripensamento dell'artista, eppure riconoscibili
senza indugi. Sarà perché è, la sua, una pittura
dei sentimenti, innanzitutto per i contenuti, per un candore dell'anima
messo a nudo proprio dai muliebri corpi nudi di cui il nostro accentua
le connotazioni di donna-madre o di donna-vergine, aggettivo con cui
si può contrapporre una sorta di magica purezza di ieri alla
volgarità dell'oggi. Per i contenuti dicevo ma non solo, perché
in questa delicata complessa simbolica azione che induce, e forse indulge,
alla nostalgia, che lo qualifica e lo impone nelle espressioni di arte
sacra, Minonni è infatti sostenuto dalla sua tecnica, che fa
esplodere il nitore sia negli acquerelli dalle armoniose delicate cromie,
sia nelle tele dove la luminescenza vince qualsivoglia resistenza di
un fondale nato fosco per essere sconfitto dalla luce. Sconfitto, ad
esempio, dalla luminosità del volto che, nell'opera Maternità,
più e meglio di un saggio di bioetica, inneggia alla vita come
solo l'arte sa fare."
(Estratto
da "Settearte Mediterranea, i percorsi della Mente", testo
critico di Giuseppe Albahari sul catalogo della esposizione)
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